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NOVARA E VCO: TERRITORI LIBERI DA PRODOTTI OGM

“Siamo orgogliosi di un territorio libero da Ogm: la gente è con noi, lo dimostra continuamente – non ultimo durante il dibattito di sabato sera a Oleggio dedicato al latte – e non possiamo che giudicare positivamente l’orientamento del nuovo ministro Romano, che ha già  ribadito come in Italia non vi sia spazio per il biotech in agricoltura. Dobbiamo altresଠdifendere la rintracciabilità  e la promozione dei nostri prodotti tipici sul territorio nazionale e all’estero, cogliendo in essi uno strumento valido per lo sviluppo economico delle nostre province e, più in generale, per il Paese”. Con queste parole il presidente e il direttore della Coldiretti interprovinciale Paolo Rovellotti e Francesco Renzoni commentano l’orientamento espresso dal ministro delle Politiche Agricole Saverio Romano che, nel suo intervento programmatico al Parlamento, ha indicato per il settore agricolo una strategia orientata alla difesa dell’identità  territoriale del Made in Italy nei confronti della disinformazione in etichetta, della contraffazione e dell’omologazione da Ogm. L’impegno per la tutela del Made in Italy agroalimentare si esplicita nell’annuncio della prossima definizione dei decreti applicativi per l’obbligo di indicare in etichetta l’origine dei prodotti a partire dal latte e dai formaggi sulla base della legge approvata dal Parlamento italiano all’inizio dell’anno. Nell’intervento del ministro c’è un deciso incoraggiamento nei confronti della filiera corta e della vendita diretta nei mercati degli agricoltori. Sul piano internazionale l’azione del ministero si indirizzerà  verso la difesa del budget nell’ambito della riforma della Politica Agricola Comune con la volontà  di premiare i comportamenti virtuosi delle imprese sul piano della multifunzionalità  mentre, per quanto riguarda gli accordi sul commercio, si vuole  assicurare la piena reciprocità  in tema di tracciabilità , sicurezza e salubrità  e regole nell’ambito degli accordi bilaterali con il Mercosur e i Paesi del Mediterraneo. Il ministro Romano, nei giorni scorsi, si è soffermato anche sull’importanza del cereale novarese e vercellese per eccellenza: nel corso di una visita nella vicina città  eusebiana, infatti il titolare del Mipaaf si è detto “convinto del fatto che la comprensione e la soluzione dei problemi passino dalla conoscenza del territorio, e questo territorio racchiude in sè la vera cultura del riso Italiano”. Un comparto che, per Romano, “è una voce importante del nostro settore primario; e l’Italia, anche nella risicoltura, primeggia nel mondo per la sua qualità ”. Romano ha parlato anche dell’importanza di garantire risorse irrigue: “Mi rendo conto di quanto sia importante per questi territori l’approvvigionamento idrico. Senza il quale – ha concluso Romano – non sarebbe possibile l’eccellente produzione di cui con la loro maestria i produttori locali sono capaci”. Riso, ma non solo: il Novarese e il Vco sono terre di vini Doc e Docg, di formaggi pregiati (dal Bettelmatt all’Ossolano, dalle Tome al Taleggio passando ovviamente per il “principe” Gorgonzola), di produzioni ortofrutticole, di salumi tipici come salam d’la duja, fidighin, salami d’oca, mortadelle, mocette e violini di capra, di latte qualitativamente elevato, di miele, fiori e piccoli frutti: un patrimonio che dobbiamo assolutamente difendere.


Ambiente, Cia: ok nuova strategia Ue sulla biodiversità . Agricoltori in prima linea

La Cia commenta positivamente l’annuncio del piano al 2020 della Commissione europea per la difesa degli ecosistemi.

La tutela della biodiversità  è una responsabilità  comune e gli agricoltori sono pronti a fare la loro parte. Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori, commentando il lancio della nuova strategia per la tutela della biodiversità  in Europa nel prossimo decennio.
La Commissione Ue -spiega la Cia- ha previsto sei obiettivi da qui al 2020 per ridurre in modo sostanziale le minacce che incombono sulla biodiversità . Una scelta obbligata, visto che il ritmo a cui le specie animali e vegetali si estinguono oggi è mille volte superiore a quello naturale, a causa soprattutto delle attività  umane.
In particolare -continua la Cia- tra i sei obiettivi per arrestare la perdita di biodiversità  c’è quello di garantire la sostenibilità  delle attività  agricole e forestali. Compito che il nostro settore primario in parte già  svolge: grazie a buone pratiche come l’agricoltura di conservazione, l’agricoltura biologica, la riforestazione, il pascolo rotativo e il ripristino delle terre degradate, gli agricoltori contribuiscono alla protezione e alla difesa della biodiversità .
Affinchè questi sforzi raggiungano una diffusione capillare su scala sia nazionale che globale, però, è necessario prevedere -conclude la Cia- politiche concrete, finanziamenti adeguati a tutti i livelli e misure di incoraggiamento per gli agricoltori, come per esempio una remunerazione per i servizi forniti a salvaguardia degli ecosistemi. Tenendo sempre presente che la tutela della biodiversità  è assolutamente incompatibile con la presenza di Ogm.


L’allarme: teniamo alla larga dal Gargano il grano ogm

Diamo una patente al grano duro in Capitanata, culla del granaio d’Italia, capitale della cerealicoltura europea almeno secondo la definizione e il ruolo (con tanto di riconoscimento formale) che vorrebbe attribuirle Confagricoltura. L’organizzazione agricola chiede (lo farà  questo pomeriggio in fiera, ore 17, il presidente Onofrio Giuliano) l’autorevole sponsorizzazione dell’ex ministro Paolo De Castro, presidente della commissione Agricoltura a Bruxelles che interviene in videoconferenza. Il grano prodotto distintivo dell’agricoltura foggiana diventa un po’ il biglietto da visita a tutela delle produzioni di qualità  minacciate dalle sofisticazioni e dagli «Ogm», i prodotti geneticamente modificati. E’ stato proprio questo uno degli argomenti trattati, ieri mattina, durante l’incontro della facoltà  di Agraria sul tema “i cereali fra tradizione e innovazione: Qualità , Sicurezza e Salute dei consumatori”.

E’ il grano di «Frankenstein» lanciato sul mercato dalla multinazionale americana Monsanto ad aver aperto il tema inquietante dell’ag ricoltura sintetica, la tecnica che ha la meglio sulla scienza. «Il grano Terminator nasce da semi sterili destinati a morire una volta concluso il ciclo di maturazione, cosଠda costringere gli agricoltori a riacquistarlo per l’anno successivo», ha spiegato Laura Marchetti, che insegna alla facoltà  di Scienze della formazione di Foggia. Il grano Terminator non sembra per il momento una minaccia per le nostre produzioni e per quelle europee (il Parlamento europeo ha approvato nel 2003 il cosiddetto “principio di precauzione” che vieta la commercializzazione di prodotti i cui effetti non siano stati testati). Ma la guardia deve restare alta anche perchè la «partita dei brevetti» è quella che più allarma il mondo accademico e scientifico: «La tecnologia degli Ogm vuole rifare il mondo, un’esigenza avvertita tanto dai produttori quanto dai consumatori che chiedono prodotti sempre più belli a vedersi, peccato – conclude Marchetti – che dentro siano morti».


Perù: porte aperte agli OGM?

Basterebbe fare un giro tra le variopinte bancarelle di uno dei tanti mercati agroalimentari del Perù per rendersi conto della straordinaria varietà  biologica che caratterizza il paese. Frutti di tutti i tipi, mais di ogni forma e colore (persino viola), oltre duemila varietà  di patata, migliaia di piante medicinali fanno del Perù uno dei paesi più biodiversi del pianeta. Dagli altipiani alla costa, dalle Ande alla Foresta Amazzonica.

L’agricoltura contadina caratterizza da sempre la cultura e l’economia nazionale. Negli ultimi dieci anni, la produzione ecologica certificata è quadruplicata, gli ettari di terreno destinati alla coltivazione organica cresciuti di sei volte; le esportazioni di prodotti biologici generano oggi un valore di oltre 220 milioni di dollari, contro i 30 milioni dell’anno duemila; il mercato interno è in continua crescita, attraverso le sempre più numerose fiere ecologiche.

Ma se la natura offre, spetta all’uomo conservare. Il Perù ha rappresentato sino ad oggi un paese all’avanguardia per quanto riguarda la protezione e la valorizzazione del proprio ambiente biodiverso, grazie allo sforzo degli stessi agricoltori, di alcune ong quali PerຠEcolà³gico e di una linea di governo ben chiara, frutto del lavoro congiunto del Ministero dell’Agricoltura, quello dell’Ambiente e quello della Salute.

Un recente regolamento rischia però di compromettere tutto. È di questa settimana la notizia del via libera, da parte del Ministero dell’Agricoltura, alla produzione e commercializzazione di prodotti geneticamente modificati all’interno del paese, attraverso il Decreto Supremo 003-2011-AG.

Un regolamento che di chiaro ha solo la potenziale pericolosità . Per il resto, sembra che molti aspetti non quadrino nell’improvviso cambio di condotta del Governo peruviano. Il dossier inviato dal Ministero dell’Agricoltura alla segreteria della Presidenza della Repubblica parla di una decisione frutto del lavoro congiunto con il Ministero dell’Ambiente e la Piattaforma Perù Libero dai Transgenici, ma i due soggetti negano espressamente di essere stati coinvolti nella scelta finale. Più che sospetta, inoltre, la recente nomina “con efficacia anticipata” di Alexandre Grobman Tversqui come consulente dell’alta direzione del Ministero dell’Agricoltura. Grobman riveste al contempo la carica di presidente di Peràºbiotec, organizzazione che promuove l’ingresso di sementi geneticamente modificate nel paese e presiede la giunta direttiva delle imprese Semillas Penta del Perù e Productora Agrà­cola del Campo. Un conflitto di interessi neanche minimamente celato.

Ma se colossi come Monsanto e Dupont si sfregano le mani iniziando a fare i conti sui futuri introiti, le associazioni contadine, i piccoli produttori, il settore sanitario, il mondo accademico, le ong, il comparto della gastronomia, le associazioni di consumatori e la società  civile in generale giurano di dare battaglia.

La Confederazione Nazionale Agraria, che rappresenta i piccoli-medi agricoltori, ha emesso un comunicato ufficiale dove si dichiara come ” le migliaia di contadini che producono oltre il 60% dei prodotti alimentari del paese saranno altamente danneggiati da questo decreto, che pone fine all’agricoltura su piccola scala ed implica un utilizzo intensivo di terra ed acqua“. Secondo la ong PerຠEcolà³gico “lo sprigionamento di polline tossico generato dalle sementi transgeniche comprometterà  la nostra biodiversità “.

Anche il rinomato chef peruviano Gastà³n Acurio, un’autentica icona in tutta l’America Latina, è sceso in campo in difesa della diversità  biologica. “Se esiste anche un minimo dubbio che il via libera alla commercializzazione di OGM possa danneggiare la nostra biodiversità , è nostro dovere opporci. Siamo a favore di una politica di sviluppo della nostra agricoltura organica, che rappresenta un immenso vantaggio competitivo nel mondo. L’agricoltura transgenica non è parte della nostra realtà , siamo a favore di un dibattito che difenda l’interesse di tutto il Perù, anzichè altri interessi particolaristici“.

Mentre l’Associazione Nazionale di Produttori Ecologici denuncia la mancanza di un dialogo aperto e sincero da parte del Governo centrale, le municipalità  di Lima, Loreto, Ayacucho, Cusco e altre ancora giocano la carta della disobbedienza, con l’emissione di un’ordinanza con la quale si dichiarano “zone libere dai prodotti transgenici”. Nel frattempo anche la società  civile è scesa in piazza, puntando dritto al ritiro di un decreto lesivo dell’agricoltura tradizionale, la gastronomia, la salute, l’ambiente e la sovranità  popolare. Senza contare l’eventuale danno economico per i piccoli-medi produttori, che non potrebbero competere con il potere delle multinazionali. Per queste ultime, il volume d’affari sul mercato mondiale supera i seimila milioni di dollari, soprattutto grazie alla commercializzazione di soia, cotone e mais geneticamente modificati.

Andrea Dalla Palma (inviato di Unimondo)


IL SUCCESSO DEL ‘NO OGM’: San Daniele vola oltreoceano

Carlo Dall’Ava, maestro prosciuttaio di San Daniele del Friuli, sta per sbarcare ai magazzini Harrods di Londra. Porterà  prosciutti d’autore, stagionati per 30 o 48 mesi, prezzi incredibili, a partire da 14 euro l’etto. Vladimir Dukcevich, amministratore delegato del gruppo King’s e Principe, ha avviato linee che garantiscono prosciutti ricavati da maiali senza ogm per una catena americana mentre assicura a un gruppo inglese cosce mai curate con antibiotici. Prosciutti che costano di più, è ovvio.

A San Daniele la parola d’ordine è alzare l’asticella. Sempre di più, con la certezza che i risultati arrivano. La crisi globale ha picchiato duro, anche a tavola. Ma il consorzio del San Daniele, San Denel in lingua friulana, ha chiuso il 2010 con un aumento della produzione del 9,1% sul 2009, arrivando a lavorare 39,4 milioni di chili di cosce. Livelli da pre-crisi, 1,3 milioni di chili in più rispetto al 2007. In altre parole 2,7 milioni di prosciutti, quasi 50mila in più rispetto a tre anni prima. E i produttori definiscono il 2010 «un anno discreto».

«Abbiamo patito la crisi, il 2009 è stato un anno terribile – spiega Mario Cichetti, direttore del Consorzio del San Daniele, che raggruppa 31 produttori concentrati in questo paesino di 8.200 abitanti, con un microclima eccezionale, un mix tra le montagne di Tarvisio e l’Adriatico, con il Tagliamento in mezzo – con una contrazione dell’8% rispetto al 2008. Ma siamo riusciti a recuperare terreno, nonostante i nostri prezzi di vendita siano mediamente superiori a quelli dei nostri concorrenti». Crisi che ha portato a una forte contrazione dei margini di redditività , ma nessun giorno di cassa integrazione, «anche perchè – assicura il presidente del consorzio, Dukcevich – ci vogliono anni per formare un mastro salatore e nessuno vuole perdere queste professionalità : non a caso il turn over nelle nostre aziende è molto basso».

Il prosciutto San Daniele con i suoi 2,7 milioni di pezzi prodotti, è stellarmente lontano dai 9 milioni confezionati a Parma e generalmente viene venduto al pubblico da 50 centesimi a un euro in più. Differenza che arriva anche a quattro euro per i prosciutti generici. Ma come è possibile crescere in un mercato con consumi a crescita zero e con prodotti nella fascia alta? «Abbiamo puntato su due fattori: primo, le vaschette con il preaffettato, che l’anno scorso sono arrivate a 12 milioni. È un servizio innovativo – risponde Duckevich – che ha richiesto ingenti investimenti nel packaging, ma che è molto apprezzato dai clienti e ci permette di fidelizzarli ulteriormente. Inoltre abbiamo puntato molto sull’export, che per ora rappresenta solo il 13% della nostra produzione. Ci sono mercati con potenzialità  enormi, non solo in Europa, dove siamo forti in Francia, Germania e Gran Bretagna. Penso agli Stati Uniti, dove c’è una crescente richiesta di alimenti di qualità , e solo il 3% dei consumatori conosce il prosciutto crudo. Abbiamo forti crescite in Giappone, la Russia ci sta premiando, la Cina anche».

Il consorzio dei produttori sandanielesi è equamente diviso tra piccoli produttori, sotto i 35mila prosciutti l’anno, medi (40-100mila) e grandi, oltre i 100mila, come il gruppo guidato da Dukcevich. Aziende a tradizione familiare o colossi dei salumi, tra cui il gruppo Veronesi (che controlla marchi come Aia, Montorsi e, nel settore, Negroni), sono sottoposti a un rigido sistema di controlli di qualità , che porta a scartare quasi il 15% della carne che arriva a San Daniele, con un sistema di tracciabilità  che permette di seguire l’allevamento dei maiali (permesso in dieci regioni) fin dalla nascita. Gli impianti tecnologici servono solo a ripetere, in maniera scientifica, i clima delle quattro stagioni che accompagnano la stagionatura dei prosciutti. Stagionatura che costa molto: «Il valore dei prosciutti in magazzino supera di molto – spiega il direttore del consorzio, che assicura anche servizi come l’acquisto di energia – il valore degli immobili. Si tratta di un costo molto pesante per le imprese del settore». Per questo si era pensato anche a futures, agli inizi del 2000, sperimentato nei vini d’eccellenza. ma poi non si è proceduto. Ma un consorzio fidi assicura i finanziamenti alle imprese del settore proprio sulla base dei prosciutti in magazzino.

Qualità , e servizi collegati al mondo dei prosciutti: Dall’Ava ha aperto una decina di ristoranti-prosciutterie dove il San Daniele (per i quali utilizza solo il sale marino di una riserva naturale del sud), ovviamente, la fa da padrone. E intercettano parte del consistente turismo gastronomico che riempie San Daniele tutto l’anno. Dukcevich (esponente della terza generazione di imprenditori triestini, con un fatturato di 140 milioni di euro), invece, ha commissionato a un designer di Milano lo studio di 400 salumerie King’s per «creare un ambiente di fascino e cultura alimentare, di cui ci sentiamo ambasciatori».


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