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ORGANISMI naturalmente MODIFICATI

Gregor Mendel È CONSIDERATO IL PADRE DELLA MODERNA GENETICA

È un sorso di birra frutto di cinque anni di ricerca quello con il null-LOX, la varietà  di orzo selezionata nei laboratori del Carlsberg Research Center. Una varietà , realizzata con la tecnica dell’impollinazione incrociata, che resiste agli attacchi dei parassiti, ma soprattutto che produce una birra che rimane fresca più a lungo.
Birgitte Skadhauge, direttore per la ricerca sulle materie prime dei laboratori danesi Carlsberg, ci tiene a precisare che la tecnica dell’impollinazione incrociata non è Ogm e «non presenta alcuna differenza» da quella usata da Gregor Mendel per i suoi famosi piselli. Le nuove varietà  vengono infatti prodotte facendo incontrare le antere cariche di polline con gli stami delle piante madri.
Questa tecnologia, utilizzata da Carlsberg fin dal 1930, non è l’unico metodo per migliorare i geni delle specie vegetali utili all’uomo. Tra queste metodiche, come racconta la professoressa Maria Lodovica Gullino, Direttore del Centro di Competenza per l’Innovazione in Campo Agro-ambientale Agroinnova di Torino, per molto tempo vi è stato anche l’utilizzo della radioattività . Negli anni 50 e 60, per modificare il patrimonio genetico del grano lo si irradiava, «andando poi a vedere cosa era successo». Questa tecnica permise di originare nuove ottime varietà . Il problema, spiega Gulino, è che in questo modo si producono anche delle mutazioni che non si vedono, «mentre con l’ingegneria genetica si opera selettivamente sui geni di interesse». Ingegneria genetica che non è solamente la tecnica del Dna ricombinante, quella associata agli Ogm, ma ogni tecnologia che interviene sul Dna in maniera mirata.
Una delle tecniche interessanti da questo punto di vista, spiega ancora Gullino, è la cisgenetica, che sposta geni appartenenti alla stessa specie. Gli obiettivi che i ricercatori si pongono non riguardano solamente la resistenza alle malattie o l’aumento dei raccolti ma, come racconta Paolo Marchesini, responsabile delle relazioni istituzionali per il Sud Europa di Pioneer Hi-Bred, si propongono di «ridurre le fluttuazioni delle rese e raddoppiare la velocità  del miglioramento genetico». Occorre infatti riuscire a dare maggiori garanzie agli agricoltori e aggirare il ciclo annuale delle piante. Le tecniche sviluppate e utilizzate da Pioneer Hi-Bred sono diverse. Tra queste vi è ad esempio il sistema «Accelerated Yield Technology-AYT», che sfrutta in maniera sinergica le diverse informazioni genetiche; la «Laser-Assisted Seed Selection – LASS», ossia la selezione del seme assistita dal laser per conoscere le caratteristiche di ogni singolo seme della pianta prima ancora di seminare o il «Gene shuffling», una metodica che stimola l’attività  dei geni ritenuti più interessanti.
Accanto a queste vi è poi l’uso intensivo della selezione assistita da marcatori molecolari (Marker assisted selection – Mas): una tecnologia ormai matura che ha permesso di migliorare le culture di molti alimenti. «La velocità  di elaborazione dei marcatori – spiega Marchesini – nell’ultimo decennio è aumentata di mille volte». Accanto a queste metodiche andrebbero anche inserite quelle sul Dna ricombinante, o transgeniche, oggi in Europa molto regolamentate. Una regolamentazione che finisce anche per colpire i metodi non trans: dalla cisgenetica al gene shuffling. «ÃƒË† come avere un tavolo al quale manca una gamba», suggerisce Marchesini. La sfida è chiara: cibo sufficiente per l’umanità  di domani.


L’allarme: teniamo alla larga dal Gargano il grano ogm

Diamo una patente al grano duro in Capitanata, culla del granaio d’Italia, capitale della cerealicoltura europea almeno secondo la definizione e il ruolo (con tanto di riconoscimento formale) che vorrebbe attribuirle Confagricoltura. L’organizzazione agricola chiede (lo farà  questo pomeriggio in fiera, ore 17, il presidente Onofrio Giuliano) l’autorevole sponsorizzazione dell’ex ministro Paolo De Castro, presidente della commissione Agricoltura a Bruxelles che interviene in videoconferenza. Il grano prodotto distintivo dell’agricoltura foggiana diventa un po’ il biglietto da visita a tutela delle produzioni di qualità  minacciate dalle sofisticazioni e dagli «Ogm», i prodotti geneticamente modificati. E’ stato proprio questo uno degli argomenti trattati, ieri mattina, durante l’incontro della facoltà  di Agraria sul tema “i cereali fra tradizione e innovazione: Qualità , Sicurezza e Salute dei consumatori”.

E’ il grano di «Frankenstein» lanciato sul mercato dalla multinazionale americana Monsanto ad aver aperto il tema inquietante dell’ag ricoltura sintetica, la tecnica che ha la meglio sulla scienza. «Il grano Terminator nasce da semi sterili destinati a morire una volta concluso il ciclo di maturazione, cosଠda costringere gli agricoltori a riacquistarlo per l’anno successivo», ha spiegato Laura Marchetti, che insegna alla facoltà  di Scienze della formazione di Foggia. Il grano Terminator non sembra per il momento una minaccia per le nostre produzioni e per quelle europee (il Parlamento europeo ha approvato nel 2003 il cosiddetto “principio di precauzione” che vieta la commercializzazione di prodotti i cui effetti non siano stati testati). Ma la guardia deve restare alta anche perchè la «partita dei brevetti» è quella che più allarma il mondo accademico e scientifico: «La tecnologia degli Ogm vuole rifare il mondo, un’esigenza avvertita tanto dai produttori quanto dai consumatori che chiedono prodotti sempre più belli a vedersi, peccato – conclude Marchetti – che dentro siano morti».


Ogm, una ricerca canadese conferma: “La sicurezza alimentare è a rischio”

Mentre l’Alto Adige è ufficialmente OGM-free, grazie alle norme contenute nella legge ‘omnibus’ approvata nell’ultima seduta della Giunta Provinciale di Bolzano e l’uso di sementi OGM in Alto Adige è stato definitivamente messo al bando, gli studi in materia di ogm e sicurezza per la salute umana continuano a mettere in evidenza importanti criticità . Ultimo, ma soltanto in ordine di tempo, è l’interessantissimo studio condotto dagli scienziati dell’Università  di Sherbrooke in Canada.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Reproductive Toxicology, è stata condotta su 69 donne, 30 delle quali incinte, di cui sono stati misurati i livelli ematici degli erbicidi a base di glifosato e glufosinato, e della proteina insetticida Cry1Ab prodotta dai geni del batterio del suolo Bacillus thuringiensis (Bt).

L’indagine ha messo in evidenza la presenza di tracce di pesticidi ed erbicidi associati alla coltivazione di OGM. Poichè gli individui selezionati non sono mai entrati in contatto diretto con gli erbicidi, la loro presenza nel corpo umano è stata attribuita all’alimentazione, lasciando ipotizzare un identico rischio di esposizione per la maggioranza della popolazione a causa della forte presenza nella dieta canadese di cibo Ogm.

“La valutazione dei rischi sanitari connessi agli erbicidi e agli insetticidi è da tempo al centro del dibattito nel mondo scientifico – commenta Fabrizio Fabbri, direttore scientifico della Fondazione Diritti Genetici – e gli autori dello studio canadese hanno fatto appello a tossicologi, nutrizionisti ed esperti della riproduzione affinchè, utilizzando i loro dati, approfondiscano ulteriormente il fattore di rischio sanitario eventualmente attribuibile all’esposizione a queste molecole, soprattutto nella fase prenatale.

Questo dato – continua Fabbri – è di estrema importanza, visto che la maggior parte delle colture GM commercializzate in Nord America presenta caratteristiche di resistenza agli erbicidi e/o la produzione di una proteina insetticida”.

D.S.


IL SUCCESSO DEL ‘NO OGM’: San Daniele vola oltreoceano

Carlo Dall’Ava, maestro prosciuttaio di San Daniele del Friuli, sta per sbarcare ai magazzini Harrods di Londra. Porterà  prosciutti d’autore, stagionati per 30 o 48 mesi, prezzi incredibili, a partire da 14 euro l’etto. Vladimir Dukcevich, amministratore delegato del gruppo King’s e Principe, ha avviato linee che garantiscono prosciutti ricavati da maiali senza ogm per una catena americana mentre assicura a un gruppo inglese cosce mai curate con antibiotici. Prosciutti che costano di più, è ovvio.

A San Daniele la parola d’ordine è alzare l’asticella. Sempre di più, con la certezza che i risultati arrivano. La crisi globale ha picchiato duro, anche a tavola. Ma il consorzio del San Daniele, San Denel in lingua friulana, ha chiuso il 2010 con un aumento della produzione del 9,1% sul 2009, arrivando a lavorare 39,4 milioni di chili di cosce. Livelli da pre-crisi, 1,3 milioni di chili in più rispetto al 2007. In altre parole 2,7 milioni di prosciutti, quasi 50mila in più rispetto a tre anni prima. E i produttori definiscono il 2010 «un anno discreto».

«Abbiamo patito la crisi, il 2009 è stato un anno terribile – spiega Mario Cichetti, direttore del Consorzio del San Daniele, che raggruppa 31 produttori concentrati in questo paesino di 8.200 abitanti, con un microclima eccezionale, un mix tra le montagne di Tarvisio e l’Adriatico, con il Tagliamento in mezzo – con una contrazione dell’8% rispetto al 2008. Ma siamo riusciti a recuperare terreno, nonostante i nostri prezzi di vendita siano mediamente superiori a quelli dei nostri concorrenti». Crisi che ha portato a una forte contrazione dei margini di redditività , ma nessun giorno di cassa integrazione, «anche perchè – assicura il presidente del consorzio, Dukcevich – ci vogliono anni per formare un mastro salatore e nessuno vuole perdere queste professionalità : non a caso il turn over nelle nostre aziende è molto basso».

Il prosciutto San Daniele con i suoi 2,7 milioni di pezzi prodotti, è stellarmente lontano dai 9 milioni confezionati a Parma e generalmente viene venduto al pubblico da 50 centesimi a un euro in più. Differenza che arriva anche a quattro euro per i prosciutti generici. Ma come è possibile crescere in un mercato con consumi a crescita zero e con prodotti nella fascia alta? «Abbiamo puntato su due fattori: primo, le vaschette con il preaffettato, che l’anno scorso sono arrivate a 12 milioni. È un servizio innovativo – risponde Duckevich – che ha richiesto ingenti investimenti nel packaging, ma che è molto apprezzato dai clienti e ci permette di fidelizzarli ulteriormente. Inoltre abbiamo puntato molto sull’export, che per ora rappresenta solo il 13% della nostra produzione. Ci sono mercati con potenzialità  enormi, non solo in Europa, dove siamo forti in Francia, Germania e Gran Bretagna. Penso agli Stati Uniti, dove c’è una crescente richiesta di alimenti di qualità , e solo il 3% dei consumatori conosce il prosciutto crudo. Abbiamo forti crescite in Giappone, la Russia ci sta premiando, la Cina anche».

Il consorzio dei produttori sandanielesi è equamente diviso tra piccoli produttori, sotto i 35mila prosciutti l’anno, medi (40-100mila) e grandi, oltre i 100mila, come il gruppo guidato da Dukcevich. Aziende a tradizione familiare o colossi dei salumi, tra cui il gruppo Veronesi (che controlla marchi come Aia, Montorsi e, nel settore, Negroni), sono sottoposti a un rigido sistema di controlli di qualità , che porta a scartare quasi il 15% della carne che arriva a San Daniele, con un sistema di tracciabilità  che permette di seguire l’allevamento dei maiali (permesso in dieci regioni) fin dalla nascita. Gli impianti tecnologici servono solo a ripetere, in maniera scientifica, i clima delle quattro stagioni che accompagnano la stagionatura dei prosciutti. Stagionatura che costa molto: «Il valore dei prosciutti in magazzino supera di molto – spiega il direttore del consorzio, che assicura anche servizi come l’acquisto di energia – il valore degli immobili. Si tratta di un costo molto pesante per le imprese del settore». Per questo si era pensato anche a futures, agli inizi del 2000, sperimentato nei vini d’eccellenza. ma poi non si è proceduto. Ma un consorzio fidi assicura i finanziamenti alle imprese del settore proprio sulla base dei prosciutti in magazzino.

Qualità , e servizi collegati al mondo dei prosciutti: Dall’Ava ha aperto una decina di ristoranti-prosciutterie dove il San Daniele (per i quali utilizza solo il sale marino di una riserva naturale del sud), ovviamente, la fa da padrone. E intercettano parte del consistente turismo gastronomico che riempie San Daniele tutto l’anno. Dukcevich (esponente della terza generazione di imprenditori triestini, con un fatturato di 140 milioni di euro), invece, ha commissionato a un designer di Milano lo studio di 400 salumerie King’s per «creare un ambiente di fascino e cultura alimentare, di cui ci sentiamo ambasciatori».


UE, incerti i benefici del transgenico

Secondo la Commissione Ue i dati raccolti fra gli stati membri non danno un quadro chiaro dei benefici socio-economici delle coltivazioni Ogm, mentre resta la frattura tra favorevoli e contrari
di Nicoletta De Cillis

 

18 aprile 2011 – Le informazioni fornite dagli stati europei sulle coltivazioni OGM sono statisticamente limitate e basate su idee preconcette, pertanto non si può avere un quadro sufficientemente chiaro dei loro eventuali benefici socio-economici. A dirlo è la Commissione Ue in un report appena pubblicato, frutto di un’indagine svolta tra gli stati membri attraverso la distribuzione di un questionario.
Nel documento si sottolinea come le informazioni ricevute circa gli impatti economici dell’adozione del biotech siano sufficienti per avere un quadro chiaro della realtà  europea, mentre risulterebbero scarse – o addirittura nulle – quelle concernenti gli impatti sociali e sulla catena alimentare. In generale la metà  dei paesi europei non vedrebbe alcun beneficio dalle semine biotech. Per la Commissione, invece, gli agricoltori che coltivano le varietà  transgeniche rese resistenti agli erbicidi e agli attacchi dei parassiti potrebbero beneficiare di una resa maggiore.

Il dossier è stato realizzato su richiesta del Parlamento e del Consiglio ambiente, che nel 2008 avevano chiesto di “Raccogliere informazioni sulle implicazioni socio-economiche della coltivazione degli Ogm lungo la catena alimentare”. Oltre ad utilizzare i dati forniti dai singoli paesi, la Commissione ha analizzato anche la letteratura scientifica internazionale e le conclusioni dei progetti di ricerca (CO-EXTRA, SIGMEA, e CONSUMERCHOICE) finanziati dall’European Framework Programme for Research.

Le conclusioni del dossier sono state contestate dagli ambientalisti, secondo cui il report tenderebbe a minimizzare le problematiche ambientali e i costi indiretti derivanti dalla contaminazione delle colture convenzionali e biologiche. La Commissione sollecita ora il Parlamento, gli stati membri e le parti interessate ad aprire una discussione sulla base di dati certi, superando la polarizzazione emersa dalla presentazione dei dossier.

In ogni caso le conclusioni del dibattito sugli eventuali benefici socio-economici degli Ogm non influiranno sul processo di autorizzazione, basato esclusivamente sull’esame dei rischi sanitari ed ambientali, mentre è ancora in corso il confronto sulla possibilità  giuridica per gli stati di vietare o meno la coltivazione delle piante transgeniche sul proprio territorio.

Per saperne di più:
REPORT FROM THE COMMISSION TO THE EUROPEAN PARLIAMENT AND
THE COUNCIL


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